Lucia, nimica di ciascun crudele,
si mosse, e venne al loco dov’i’ era,
che mi sedea con l’antica Rachele.
(Inf., II)
Siamo al secondo canto dell’Inferno e Virgilio sta raccontando a Dante come Beatrice sia scesa al Limbo per pregarlo di correre a salvarlo. Canto del Complotto d’Amore ordito da Maria, Lucia e Beatrice, infrangendo tutte le leggi divine perché Maria teme il pericolo di morte per un suo FIGLIO.
I Magi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Alzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo». Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Dall’Egitto ho chiamato mio figlio». Quando Erode si accorse che i Magi si erano presi gioco di lui, si infuriò e mandò a uccidere tutti i bambini che stavano a Betlemme e in tutto il suo territorio e che avevano da due anni in giù, secondo il tempo che aveva appreso con esattezza dai Magi. Allora si compì ciò che era stato detto per mezzo del profeta Geremìa:
«Un grido è stato udito in Rama, un pianto e un lamento grande: Rachele piange i suoi figli e non vuole essere consolata, perché non sono più».
Così sta scritto nel Vangelo secondo Matteo, e ancora oggi, nella Tradizione, Rachele protegge tutte le madri che hanno perso un figlio. E Rachele, sepolta ancora a otto chilometri di Gerusalemme al confine dell’allora Regno di Israele e del Regno di Giuda (terra di Rama) piange sempre il massacro degli Innocenti, di un dolore infinito, privo di consolazione. E, come ogni madre, soffre se vede i suoi figli in pericolo. Se è vero che la Comedìa è ordita di risonanze, di minimi dettagli, di analogie, di filigrane pressoché invisibili… allora è vero che in questo momento, in modo subliminale, percepiamo il pianto di Rachele come fosse l’eco dell’ordine di Maria imposto a Lucia: corri a salvare questo mio figlio che ti fu sempre fedele!
E possiamo anche immaginare il seguito del dramma: lo sguardo di Rachele a Beatrice, e forse accompagnato da parole appena sussurrate: sì, corri a salvare l’uomo che ti ha amata tanto!
Rachele è solamente nominata, rimane fissa immobile muta, ma come una presenza assente: nel suo esserci e non esserci, indica con determinazione il dolore di tutte le donne, e amplifica e restituisce a tutto il femminile umano quello che fu lo strazio di Maria ai piedi della Croce. Se veramente ci facessimo travolgere da questo infinito pianto, forse la smetteremo di riempire migliaia di libri che sostengono che l’Alighieri si è sognato il Poema perché dormiva!!! Ed evitando di aggiungere che invece si trattava di una totale anestesia dell’anima. Quella morte interiore o quel sonno verticale, che ormai pervade il pianeta, e pure i suoi abitanti incapaci di aprire gli occhi sulla REALTÀ. Da migliaia di anni trasciniamo i piedi appesantiti dalla zavorra del dolore, ma ormai questo pesante bagaglio possiede un nome, e anche i più addormentati potrebbero leggerlo se solo volessero. Il dolore delle donne appartiene esclusivamente al loro corpo: loro danno la vita e, contemporaneamente, danno la morte. Rachele ha generato due figli con Giacobbe: Giuseppe e Beniamino. Dando alla luce quest’ultimo, è morta di parto. La stirpe di Giuseppe sarà schiava per 450 anni in Egitto, fino a quando Mosè libererà il suo popolo. Davide, Mosè e il Cristo sono invece discendenti di Lia, sorella di Rachele e prima moglie di Giacobbe. La stirpe dei 3 Liberatori: la Radix Davidica.
Il Viaggio di Dante, e quello di tutta l’umanità, è una lunga guerra fra lo stato di schiavitù e la speranza della liberazione. Intesa dal Poeta soprattutto come dimensione interiore dell’anima, in ogni individuo per se stesso preso. Siamo lasciati soli in questa guerra? Ad ascoltare le parole di Dante, direi proprio di no: l’intero Universo complotta alle nostre spalle, tramando i molteplici e infiniti percorsi della Materia, e anche di tutte le nostre Vite. Dante stesso conquista la Libertà nel nome di questo complotto d’amore. Oserei azzardare: letteralmente si tratta di un complotto paradisiaco; a livello anagogico riguarda la giustizia infinita, eterna e intoccabile, delle Leggi che regolano l’intero universo.
Siamo tutti destinati a un percorso di LIBERAZIONE, in terra.
Rachele appare una seconda volta nel XXVII del Purgatorio, quando Dante per la terza volta si addormenta sul monte della guarigione (Dante non sogna il Poema, ma è un grande regista dei suoi sogni!) e appare ancora nella sua assenza presente, o nella sua presenza assente, come preferite.
Ne l’ora, credo, che de l’oriente,
prima raggiò nel monte Citerea,
che di foco d’amor par sempre ardente,
giovane e bella in sogno mi parea
donna vedere andar per una landa
cogliendo fiori; e cantando dicea:
«Sappia qualunque il mio nome dimanda
ch’i’ mi son Lia, e vo movendo intorno
le belle mani a farmi una ghirlanda.
Per piacermi a lo specchio, qui m’addorno;
ma mia suora Rachel mai non si smaga
dal suo miraglio, e siede tutto giorno.
Ell’è d’i suoi belli occhi veder vaga
com’io de l’addornarmi con le mani;
lei lo vedere, e me l’ovrare appaga».
(Pgt., XXVII)
Nell’ora, credo, in cui Venere mattutina (che sembra sempre splendere di amore) apparve da oriente sul monte, mi sembrava di vedere in sogno una donna giovane e bella che passeggiava in una pianura, cogliendo fiori; e cantando diceva: «Chiunque chiede il mio nome, sappia che io sono Lia, e vado muovendo intorno le belle mani per farmi una ghirlanda. Qui mi faccio bella per ammirarmi allo specchio; mia sorella Rachele, invece, non si stanca mai di specchiarsi e sta tutto il giorno seduta. Lei è desiderosa di vedere i suoi begli occhi, tanto quanto lo sono io di agghindarmi con le mani; lei è appagata dal guardare, io lo sono dall’operare».
Sogno enigmatico che, come tutti i sogni, nasconde in se stesso parecchie dimensioni interpretative.
Innanzi tutto appare come il Grande Addio dei Dioscuri: i due daimones che ci proteggono nell’età dell’adolescenza e che occupano 25 canti del Purgatorio donandoci anche il dono dell’Anima Intellettiva. Sono gli stessi Gemelli che dominano il segno zodiacale della nascita dell’Alighieri. Polluce, l’Immortale, e Castore, il Mortale, donano nel Purgatorio la Doppia Navigazione, loro che sono stati anche marinai sulla nave degli Argonauti: la conoscenza dell’Invisibile e del Visibile. Insegnano a Dante, e pure a noi, che ogni individuo per se stesso presso ha il diritto di conciliare in se stesso questi due Opposti: contemplare (Rachele) e attivarsi (Lia) costituiscono i nostri due modi insolubili dell’Essere. Legati così, come lo sono Materia e Spirito, come il nostro essere orizzontali e verticali insieme, anche se spesso ce ne dimentichiamo.
Come seconda analisi abbiamo il Viatico dei Dioscuri: ogni daimon dona un viatico a Dante per la continuazione del viaggio. Farinata gli ha donato la virtù del Perdono, di se stessi e di tutti gli altri, per poter continuare il viaggio infernale; i Dioscuri donano la Terra Promessa, ma non la Gerusalemme terrena, bensì la Gerusalemme Celeste. Il canto 61 (Sogno di Lia) è collegato da una corda rettilinea al canto 89 (san Benedetto), quando Dante si trova sulla Scala di Saturno, la Scala di Giacobbe che conduce alla Gerusalemme Celeste, e che si trova nel segno dei Gemelli (nel vertice 87-88 viene collocato, nella Geometria del Poema, proprio questo segno zodiacale). E Benedetto è colui che ha ben sottolineato il valore di unire sempre dentro di noi l’agire e il contemplare: ORA ET LABORA.
In terza analisi sappiamo bene che Lia si colloca dentro la genealogia davidica: la discendenza dei 3 Liberatori. Rachele invece occupa il ramo della stirpe di Giuseppe: la discendenza degli schiavi d’Egitto. Se superate tutte le pastoie letterali, comprendete bene che Rachele è il silenzio sofferto della schiavitù dell’Attesa. Lia invece è il lungo progetto attivo della Liberazione. Rachele amata da Giacobbe, ricambia da subito il suo amore, ma per unirsi a lui dovrà attendere quattordici anni. Nei primi sette anni Giacobbe è schiavo di Labano, con la promessa di poter sposare sua figlia Rachele alla fine indicata da questo contratto. Ma al momento delle nozze si presenta, ben nascosta dal velo, Lia, che così inganna e sostituisce Rachele. Giacobbe trascorrerà altri sette anni di schiavitù per poter sposare la sua amata.
In quarta riflessione, possiamo paragonare la fisica e incomparabile bellezza di Rachele, con l’aspetto fisico di Lia, che invece lasciava molto a desiderare, come sottolinea bene il testo biblico. Nascendo, è proprio inevitabile che, in prima battuta, facciamo l’esperienza del Piano Materico, con tutta la sua aspra, addolorata e sgradevole densità. Crescendo ci attende il consapevole incontro con la sublime bellezza della manifestazione e, quindi, con lo Spirito. Nessuno potrà mai toglierci questo cammino, se veramente lo desideriamo. Che è, poi, lo stesso cammino di Dante.
Nel XXXII del Paradiso si ripete la stessa informazione del canto secondo dell’Inferno:
«La piaga che Maria richiuse e unse,
quella ch’è tanto bella da’ suoi piedi
è colei che l’aperse e che la punse.
Ne l’ordine che fanno i terzi sedi,
siede Rachel di sotto da costei
con Beatrice, sì come tu vedi.
Sovrapponendo la Geometria dei Canti a quella della Candida Rosa, otteniamo la posizione dei sogli di Rachele e di Beatrice. Rachele coincide con il canto sesto dell’Inferno, e Beatrice con il settimo.
Sedute accanto, ma virtualmente separate dal diametro 6 e 7/56 e 57, che separa coloro che hanno creduto al Cristo Venturo e al Cristo Venuto.
Fermo restando che tutti i Beati sono collocati nell’Empireo in contemplazione del Punto di Luce (DIO), le due Geometrie sovrapposte indicano anche i Cieli di appartenenza così come li ha visti Dante nel viaggio paradisiaco dalla Luna al Primo Mobile.
I terzi sedi, come li definisce Bernardo, si contano partendo dall’alto e non dal basso, e il punto più alto è quello centrale, cioè DIO. E quindi escludiamo il Terzo Cielo di Venere appartenente, secondo molte esegetiche, a Beatrice, perché si tratta del Terzo Cielo contando dal basso (Luna-Mercurio-Venere)
Voi vedete l’immagine della Candida Rosa in proiezione piana, ma non funziona così: in effetti sono due ipercubi sovrapposti, improponibili al nostro sguardo, tanto che non si possono nemmeno costruire qui in terra visto che noi siamo immersi nella terza dimensione e non nella quarta. Per farvi un esempio banale, ricordatevi dei lampioncini cinesi fatti di carta leggera e chiusi appiattiti in proiezione piana, come vedete nell’immagine. Per aprirli occorre prendere il centro e portarlo verso l’alto. E quindi per aprire la Candida Rosa dovete fare lo stesso gesto: prendere il centro e portarlo verso l’alto, e troverete in alto il punto di Luce e l’Empireo, Maria ai piedi di Dio, ai suoi piedi Eva, e ai piedi di Eva la stessa Rachele, ma con una dovuta precisazione, tenendo anche conto che le Gerarchie Angeliche sono NOVE.
Contiamo i cieli dal basso:
Luna – Angeli / Mercurio – Arcangeli / Venere – Principati /
Sole – Potestà/ Marte – Virtù / Giove – Dominazioni
Saturno – Troni / Volta Stellata – Trionfo del Cristo
Primo Mobile – Cherubini / Empireo – Serafini
Il Primo Mobile e l’Empireo (nono e decimo cielo) sono completamente assenti al nostro sguardo: Universo Parallelo che ci contiene pur essendo da noi contenuto, sono parole di Dante! A distanza immisurabile oltre la Volta Stellata (e il Poeta conosceva bene la profondità immisurabile del Cielo delle Stelle Fisse! O almeno intuiva una profondità che ora noi valutiamo come un cielo che contiene centomila galassie!), che è appena appena il confine dei nostri occhi.
Dentro la Mens Dei, dunque, dentro il fuoco d’amore che circonda il Punto di Luce, dentro il cielo che solo amore e luce ha per confine, si collocano le altissime autorità, al confine del Cielo delle Stelle Fisse, e da qui possiamo iniziare a immaginare la posizione dei Sogli.
(Empireo-Serafini e Primo Mobile-Cherubini: la Mens Dei)
Stelle Fisse – Il Trionfo di Cristo / Saturno – Contemplanti
Giove – Giusti / Marte – Fedeli / Sole – Sapienti
Venere – Amanti / Mercurio – Attivi / Luna – Mancanti
Il Terzo Cielo dall’alto è quello di Giove, Cielo dei Giusti: coloro che parlano con la voce di Dio.
Scartiamo quindi anche Saturno, presente in molte esegetiche come Cielo di Beatrice. Perchè si dovrebbe iniziare a contare da un punto totalmente invisibile, cioè dalla Mens Dei, Mistero dei Misteri e Sigillo dei Sigilli.
Quindi Rachele e Beatrice sono sedute accanto nel Cielo di Giove, Cielo di Giustizia, e dominano il sesto e il settimo canto dell’Inferno, al vertice interno fra le prime due punte della stella, e parlano come i Beati Giusti: con la voce di Dio. Ancora una volta gli Opposti si superano e si riconciliano in queste due figure: al Giusto viene affidato il compito altissimo del piano misterico: l’annullamento degli Opposti. E quindi, in questo caso, la fusione irreversibile di Spirito e di Materia, di Contemplazione e di Azione, di Padre e Figlio.
Chi parla con la Voce di Dio, è, per sua natura, un DAIMON. Rachele è il daimon di Giacobbe come Beatrice è il daimon di Dante. Maestri interiori che ci guidano verso il nostro destino, la nostra missione, se non opponiamo resistenza.
Il sesto canto parla dei Golosi e di Ciacco. Il settimo canto parla degli Avari e dei Prodighi che non hanno un nome, ma sono quasi tutti clerici. E tutto questo al primo livello del testo. Invece, in profondità, il sesto canto parla del Nutrimento Vitale, cantando insieme al 56 che indica il valore del Nutrimento del Cibo Sapienziale, insieme al poeta Stazio che fu un prodigo. Il settimo canto parla del Destino e della Sorte e canta con il 57: incontro con il poeta Forese Donati che fu un goloso, ma che indica il valore del daimon (nel suo caso la moglie Nella) che è in grado di controllare custodire e mutare il nostro destino (la moglie ha pregato per lui perché fosse più breve la sua pena, ed è stata esaudita). Insomma questa è ancora una grande magia svelata dalla struttura geometrica del Poema: Rachele domina il cerchio dei golosi, ma ci conduce al prodigo Stazio. Beatrice domina il cerchio degli avari e dei prodighi, ma ci conduce al goloso Forese. Forse non è una coincidenza, ma senz’altro non può essere un inutile dettaglio: in verità Rachele e Beatrice hanno assolto il loro gravoso compito di annullamento degli opposti, e ora vivono, fuse insieme, dentro la stessa luce e dentro lo stesso respiro. Come tutti i Beati. Quell’esperienza che sarà svelata a Dante, dentro un tempo brevissimo come un attimo fuggente, nella visione del canto cento.
Rachele, dal sesto canto dei golosi inaugura una delle quattro Vie Sapienziali: la Via del Nutrimento Vitale, così come Cacciaguida definirà il Poema di Dante:
Ché se la voce tua sarà molesta
nel primo gusto, vital nodrimento
lascerà poi, quando sarà digesta. 132
(XVII., Par.I)
Rachele che piange tutti i suoi figli, ci parla della prima cosa che mette in affanno le madri: come nutrirli? E di che cosa nutrirli? E le risponde il canto del prodigo Stazio che, argomentando della bellezza della poesia insieme a Virgilio (mentre Dante, molto orgoglioso e curioso, li segue) viene interrotto da una voce fuori campo che rimprovera duramente i tre poeti: non avete ancora capito che dovete abbandonare il gusto del poetare? sarebbe ora di alimentarsi di SAPIENZA!
Poi disse: «Più pensava Maria onde
fosser le nozze orrevoli e intere,
ch’a la sua bocca, ch’or per voi risponde.
E le Romane antiche, per lor bere,
contente furon d’acqua; e Daniello
dispregiò cibo e acquistò savere.
Lo secol primo, quant’oro fu bello,
fé savorose con fame le ghiande,
e nettare con sete ogne ruscello.
Mele e locuste furon le vivande
che nodriro il Batista nel diserto;
per ch’elli è glorioso e tanto grande
quanto per lo Vangelio v’è aperto».
(Pgt., XXII)
Acqua ghiande miele e cavallette, spirito intelligenza anima intellettiva e corpo reintegrato: vero nutrimento che conduce alla Sapienza.
Beatrice dal settimo canto ci parla del Destino e della Sorte. Dante chiede a Virgilio: perché in terra la sorte muta velocemente lo stato delle cose? Nazioni e famiglie intere, da ricche diventano povere, e da gran fortuna cadono in disgrazia, mentre altre vivono un destino contrario? In questo canto si ravvisa il segno del grande astrologo che fu l’Alighieri. Per un tema natale, secondo l’astrologia medievale, si interrogavano prima di tutto i due Luminari: il Sole e la Luna. Al Sole veniva affidato il DESTINO. E alla Luna la SORTE, chiamata anche FORTUNA.
«Maestro mio», diss’io, «or mi dì anche:
questa fortuna di che tu mi tocche,
che è, che i ben del mondo ha sì tra branche?».
E quelli a me: «Oh creature sciocche,
quanta ignoranza è quella che v’offende!
Or vo’ che tu mia sentenza ne ’mbocche.
Colui lo cui saver tutto trascende,
fece li cieli e diè lor chi conduce
sì ch’ogne parte ad ogne parte splende,
distribuendo igualmente la luce.
Similemente a li splendor mondani
ordinò general ministra e duce
che permutasse a tempo li ben vani
di gente in gente e d’uno in altro sangue,
oltre la difension d’i senni umani;
per ch’una gente impera e l’altra langue,
seguendo lo giudicio di costei,
che è occulto come in erba l’angue.
Vostro saver non ha contasto a lei:
questa provede, giudica, e persegue
suo regno come il loro li altri dèi.
Le sue permutazion non hanno triegue;
necessità la fa esser veloce;
sì spesso vien chi vicenda consegue.
Quest’è colei ch’è tanto posta in croce
pur da color che le dovrien dar lode,
dandole biasmo a torto e mala voce;
ma ella s’è beata e ciò non ode:
con l’altre prime creature lieta
volve sua spera e beata si gode.
(Inf., VII)
Io dissi: «Maestro mio, ora spiegami: questa fortuna di cui tu mi parli, e che ha i beni del mondo tra i suoi artigli, che cos’è?» E lui mi rispose: «O uomini sciocchi, quanta ignoranza vi danneggia! Ora voglio che ascolti attentamente le mie parole. Colui la cui sapienza supera tutto (Dio) creò i cieli, e dispose delle intelligenze angeliche per governarli, così che la sua luce si rifletta di cielo in cielo e si riverberi con giustizia nell’Universo. Allo stesso modo, dispose un’intelligenza per governare e amministrare i beni terreni, che li trasmutasse al momento opportuno tra le varie famiglie e le varie stirpi, al di là dell’opposizione del senno degli uomini; perciò una famiglia prospera e un’altra decade, in base al giudizio della fortuna che è nascosto, come il serpente che si annida tra l’erba. La vostra sapienza non la può contrastare: essa provvede, giudica e attua i suoi decreti, proprio come le altre intelligenze angeliche. Le sue trasmutazioni non hanno tregua; deve essere veloce per ottemperare il volere divino; così succede spesso che vi siano mutamenti di condizione. La fortuna è colei che è tanto criticata anche da coloro che dovrebbero elogiarla, e che invece la biasimano e insultano a torto: ma lei è felice e non sente tutto ciò: lieta, insieme agli altri angeli, fa girare la sua ruota e gode la sua serenità.
Questo è il canto che ci fa riflettere bene sulla differenza che passa fra DESTINO e SORTE, che spesso noi usiamo come omonimi uno dell’altro.
Una entità angelica è preposta, per volontà misterica, a causare le grandi crisi che travolgono le nazioni e i singoli individui. Un altro daimon collettivo che governa incontrollabili mutamenti (…vostro saver non ha contasto a lei) che costringono l’umanità stessa a capovolgere i suoi progetti, a stravolgere la sua vita, ad espandere sempre di più la propria coscienza. Ogni individuo per se stesso preso, costretto a creare per sé nuovi riferimenti e rinnovati punti di vista. La SORTE, così improvvisa che ti colpisce a sorpresa, regola ogni nostra singola trasformazione nel bene e nel male.
Invece il DESTINO è previsto, prescritto, fisso, immutabile, patente e luminoso come il Sole. A questo destino ci conduce il nostro daimon, se gli lasciamo il diritto di parlare.
Su questo canto si colloca il soglio di Beatrice, daimon personale del destino di Dante.
Ed è lei che conduce il Poeta da uno stato di schiavitù a quello della liberazione.
Tu m’hai di servo tratto a libertate
per tutte quelle vie, per tutt’i modi
che di ciò fare avei la potestate.
(Par., XXXI)
Tu mi hai riportato alla libertà dalla schiavitù, per tutte quelle strade e in tutti quei modi per cui tu avevi il potere di fare questo.
Il POTERE del daimon. Che è una entità angelica, ma che l’Alighieri sa ben trasformare con la sua grande passione per i travestimenti. Il suo daimon è DONNA, e Lia e Rachele, travestimento dei Dioscuri, rappresentano la salvezza, e la conciliazione fra il Pensiero e l’Azione.
Ci resta nelle orecchie il pianto infinito di Rachele per tutti noi, travolti dalla sorte che non ci evita cadute precipitose, guerre, massacri, dolore, stati di schiavitù, lutti e disperazione. E molto spesso a causa di coloro che strisciano nell’erba come serpenti. Anche questi tempi nostri sono tempi d’apocalisse, di guerre e di lacerazioni. Confidiamo nelle parole di Virgilio, non lanciamo insulti contro l’angelica Fortuna! Forse, proprio lei che ha gli occhi coperti da una benda, complotta alle nostre spalle, come hanno fatto Maria Lucia e Beatrice, e solo per il piacere di aprirci gli occhi.